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Mettiamo subito
in chiaro una cosa: John Carpenter è uno dei miei registi
preferiti.
Innovativo,
versatile, grande narratore di suspence allo stato puro, è
indubbiamente una persona che dietro alla macchina da presa ha molto
da insegnare e poco da imparare dagli altri.
Come tutti i
grandi registi capita però che alcune volte la voglia di stupire e
la ricerca continua e costante di provare a percorrere nuove strade
possa riservare brutte sorprese, anche e soprattutto nello
spettatore che con l’acquolina in bocca aspetta senza dormire
l’ennesimo capolavoro dopo Halloween, La Cosa, Christine e Fog, per
citarne solo alcuni.
Corre l’anno
1988, e la bramosia di metter su una specie di fanta-horror politico
e di stampo esclusivamente anti – Presidente Reagan si concretizza
nella pellicola Essi Vivono, che ha il merito però di avere come
protagonista il nostro amato Rowdy Roddy Piper, alla prima
interpretazione di un certo spessore.
L’ex stella
della WWE veste i panni di John Nada, a Los Angeles in cerca di
lavoro, che ha la sfortuna di assistere senza proferire parola ad
una sanguinosa irruzione della polizia all’interno di una cappella,
e proprio qui rinviene uno scatolone pieno di occhiali scuri
guardando attraverso i quali si capisce quello che sta succedendo
intorno a noi.
Il mondo in
realtà non è a colori come lo si vede: se indossiamo gli occhiali
magici ci accorgiamo che dappertutto è pieno di alieni capaci di
occupare i posti maggiormente di rilievo e comunicare attraverso
messaggi del tutto particolari che vengono inviati tramite il tubo
catodico.
L’idea di per sé
non è da buttare, anzi, le premesse per vedere un qualcosa di
diverso condotto con la solita maestria dal regista, che ci ha già
dimostrato in più di un’occasione di saperci fare, ci sono tutte:
sottolineerei anche il fatto che lo spettatore capisce quasi subito
che il film verte sicuramente intorno a un qualcosa che riguarda gli
occhi, geniali infatti appaiono subito le inquadrature e i piani
sequenza iniziali fino all’irruzione a cui assiste il nostro eroe.
Da qui in poi
però le cose cambiano e il film si trascina molto verso un oblio che
fino alla fine ci accompagna tenendoci quasi per mano, verso una
fine scontata che arriva quasi come una liberazione: a fianco di Rowdy prende posto l’attore di colore Keith David, ammirato anni e
anni dopo in Pitch Black e che annovera tra le sue apparizioni anche
una piccola particina in Armageddon.
Che dire sulle
loro interpretazioni: sicuramente Rowdy Piper nei panni dell’eroe
proletario è abbastanza credibile e il risultato che si ottiene dal
suo stare davanti alla macchina da presa è tutto sommato più che
sufficiente.
Lo pseudo
incontro di wrestling a cui partecipa e che vede come suo avversario
lo stesso Keith David, una sorta di stipulazione speciale del tipo
"vinci se riesci a farmi mettere gli occhiali" è godibile anche se
troppo lungo, forse era meglio un match che si chiudeva nel giro di
pochi minuti, anche perché dà l’idea di essere un modo come un altro
per guadagnare minuti importanti nell’ottica di non fare un film che
duri meno di un’ora e mezzo.
Da parte sua
Keith David invece si limita al compitino, senza strafare e stando
più attento a non pestare i piedi al protagonista invece di provare
se non altro ad emergere in una situazione comunque di assoluta
emergenza.
Il messaggio che
il regista ha intenzione di mandarci con il film è molto chiaro ed
anche molto attuale, direi quasi di stampo pirandelliano (qual è la
vera realtà, ammesso che ne esista una?): tutto ciò che nella
vita, anche quella di tutti i giorni, è essenziale, purtroppo sfugge
ai nostri occhi, crediamo che la gente sia in un modo finché non ci
accorgiamo poi che la verità ahimè è un’altra.
Lo ripeto,
un’idea non da buttare, anzi da sfruttare a mio avviso in un modo
migliore, a meno che non sia quella la cosa fondamentale da far
capire, anche se poi ne fa da contorno un film scialbo, piatto,
insufficiente.
Questo è il mio
pensiero, non ho assolutamente la pretesa che diventi una verità
assoluta: certo è che non è scritto da nessuna parte che siccome John Carpenter è un mio idolo, allora io non possa criticare
un’opera che è stata secondo me una parentesi evitabile di una
grandissima carriera.
Siiimo9
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